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5 marzo 2022

La Strage di via Palestro. La donna bionda, la Camorra e Gladio

Il ricordo ritorna ancora alla mente. La ragazza bionda... E' vero. Un ricordo rimosso, come una notizia inutile. E invece la ragazza bionda vista scendere dalla macchina che esplose, di lì a pochi minuti, in via Palestro. Compare. Improvvisamente. Sui giornali.  
Il 22 febbraio scorso viene emesso un decreto di perquisizione nei confronti di Rosa Belotti di Albano Sant'Alessandro in provincia di Bergamo. Forse è lei quella donna. 
Gaspare Spatuzza non ne ha mai parlato. Anzi il super collaboratore di giustizia, utilizzato per far piena luce sulle stragi, su via Palestro viene smentito dalle sentenze: Filippo Marcello Tutino, fratello di uno degli uomini di Brancaccio, da lui accusato di essere l’uomo che fornì appoggio logistico al gruppo di fuoco a Milano, è stato assolto oramai definitivamente. Della bionda, come ci dice Cesare Giuzzi sul Corriere, ne parla invece, nel ‘94, il pentito di ‘ndrangheta Pietro Gioffré, ucciso un anno dopo in un agguato. Al Tg2 aveva parlato di una tale «Rosalba» affiliata alle cosche calabresi ed esperta d’esplosivi come la donna di via Palestro. Testimonianza mai utilizzata.
Una svolta clamorosa. 
Ora quella donna, che nega ogni collegamento, disperata, non solo viene legata alla Strage di via Palestro, ma creerebbe un link, tramite lei, tra quella Strage la Camorra e Gladio.
Il marito della Belotti, Rocco Di Lorenzo, 65 anni, oggi è in carcere con una condanna in appello a 11 anni per estorsione ed è considerato dagli investigatori vicino al clan camorristico «La Torre» di Mondragone.
La sua foto o, comunque la foto che secondo la Procura di Firenze, ritrae la Belotti, viene trovata nel 1993, dentro una enciclopedia in un covo riconducibile a Gladio, nella disponibilità di due carabinieri. Ad Alcamo. In Sicilia. 
La somiglianza della donna ritratta nella foto con quella dell’identikit diffuso dopo la strage viene evidenziata dallo stesso agente di Polizia, Antonio Federico, che l'ha trovata nel covo e che la consegna alla Dia il 5 febbraio del 2008. Quindici anni dopo, scrive Marco Lillo su Il Fatto, a detta di Federico, non era stata ritenuta utile dal punto di vista investigativo, ma lui l’aveva custodita fino ad allora.  
Attendiamo che la perquisizione e i sequestri possano dare nuova luce sui fatti. Scagionare la Belotti oppure voltare pagina e dare nuove prospettive inquietanti su quegli anni. Sulle stragi. Sulle dichiarazioni di Spatuzza. Sul ruolo di pezzi dello Stato. 
Un ultima questione emerge dagli articoli di Giuzzi e Lillo: le indagini che portarono al covo di Gladio partirono da una ‘fonte confidenziale’ dell’assistente Federico e che il poliziotto non ha mai voluto rivelare.