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1 luglio 2023

Il salto di qualità della mafia albanese

Da Antimafiaduemila
L'inchiesta che ha portato all'arresto dell'ex direttore dell'Agenzia delle Dogane Marcello Minenna, ora anche ex assessore della Giunta di destra Calabrese, è figlia due distinte ordinanze di custodia cautelare: una proposta dalla Procura di Forlì, l'altra della Dda di Bologna. 

Il punto di contatto delle due indagini è Gianluca Pini, forlivese, fondatore della Lega, ex deputato per 3 legislature dal 2006 al 2018, accusato di corruzione e frode per aver messo in circolazione mascherine cinesi senza certificazione, "lucrando sulla crisi pandemica". 

E' lui che contatterebbe Minenna per avere la possibilità di far entrare le mascherine in Italia promettendogli che la Lega lo avrebbe ricandidato a direttore delle dogane e ai monopoli, a lui conferito in quota 5 Stelle, durante il governo gialloverde.

E' lui che è in collegamento con un altro imprenditore forlivese che avrebbe invece messo in campo le sue conoscenze legate alla malavita albanese e al narcotraffico "per approvvigionarsi di denaro da reinvestire in attività formalmente lecite o l'acquisto di immobili". 

Ecco l'aspetto che vogliamo sottolineare. Anche se ben altri sono più importanti. 

La mafia albanese a Forlì ricicla utilizzando un imprenditore italiano. Non mi ricordo una notizia simile. A parte l'Emilia, la mafia albanese da anni cresce nella gestione dello spaccio di droga. Ma a parte qualche sospetto di riciclaggio nel calcio o nella ristorazione, non avevo mai letto di un indagine che individuasse gravi indizi di un legame tra il gruppo criminale e l'imprenditoria italiana.

E' oggettivamente un salto di qualità per la Mafja Shqiptare. Così come viene denominata oltre adriatico. Che comunque da anni cresce da un punto di vista criminale. Molti i segnali.

Nell'ultima relazione semestrale, relativa al 2022, la DIA scrive che "I sodalizi criminali albanesi sono quelli che, più di altri, hanno saputo radicarsi nel territorio, ramificandosi progressivamente e riuscendo ad interagire, prima di ogni altro, nel traffico di sostanze stupefacenti, con le organizzazioni autoctone. Numerose inchieste hanno dimostrato come i gruppi criminali schipetari siano divenuti punti di riferimento per le mafie italiane nell’approvvigionamento di sostanze stupefacenti. 

La DIA tra l'altro sostiene che i clan albanesi sono molto simili, nella loro organizzazione, alle ‘ndrine calabresi: ovvero gruppi criminali saldamente uniti dal vincolo familiare o da matrimoni con altre famiglie della medesima etnia combinati al fine di accrescere il proprio potere e per evitare lotte armate nella spartizione del territorio e, quindi, degli illeciti guadagni. Le somiglianze, possiamo chiamarle, valoriali, aiutano le alleanze. Così come si verificano spesso nel territorio.

Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e docente di diritto penale, ricercatore presso l'Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata al Royal United Services Institute di Londra: "Nell’ultimo quinquennio le organizzazioni criminali albanesi hanno ampliato il perimetro dei punti di accesso della droga, che costituisce la loro principale entrata economica, con presenze costanti verificate in località quali Amburgo (Germania), Valencia e Algeciras (Spagna), insieme a una maggiore influenza e presenza nel Regno Unito. Hanno contatti nei porti di Anversa (Belgio) e Rotterdam (Paesi Bassi), verso i quali si fanno arrivare spedizioni provenienti dall’America Latina. Sono presenti in gran parte degli Stati membri creando spesso alleanze con le mafie autoctone".

Sappiamo quanto proprio i porti del nord Europa siano sempre più centrali nel traffico di cocaina. Nella relazione annuale 2022 della DCSA (Direzione Centrale Servizi Antidroga) l’Europa si conferma tra i più vasti mercati della cocaina nel mondo (secondo solo a quello del Nord America). I quantitativi record di cocaina, intercettati negli ultimi anni in Europa, si riferiscono, principalmente, a spedizioni "containerizzate", via mare, nella maggior parte dei casi nell’ambito di porti marittimi, come, ad esempio, quelli di Anversa (Belgio), Rotterdam (Paesi Bassi) e, più di recente, Amburgo (Germania).

Mancava un tassello. Il riciclaggio in Italia. Con imprenditori italiani. Ci siamo. Pensare che riuscissero ad intercettare fette sempre più importanti del traffico di stupefacenti, inviando sempre e solo in Albania o all'estero i ricavi illeciti era oramai un'illusione. 

Ora non possiamo dubitare che anche in Lombardia, nel Varesotto, nel Bresciano e anche a Milano, c'è chi si mette a loro disposizione.